Quanto hanno reso storicamente i mercati azionari, quanto può scendere un portafoglio e quale rendimento è ragionevole attendersi dal prossimo decennio. Tre domande, tre risposte con i numeri e le fonti.
- In sintesi: le tre risposte in breve
- Quanto hanno reso storicamente i mercati azionari?
- Quanto può scendere un portafoglio azionario e quanto tempo ci vuole per recuperare?
- Che rendimento possiamo aspettarci dai mercati nei prossimi 10 anni?
- Dai numeri al portafoglio: perché il rendimento di mercato non è il tuo rendimento
- Domande frequenti sui rendimenti dei mercati azionari
In sintesi: le tre risposte in breve
- Quanto hanno reso i mercati azionari? Dal 1900 l’azionario mondiale ha reso circa 5,2% all’anno reale (al netto dell’inflazione) e l’azionario statunitense circa 6,6%. In termini nominali si parla rispettivamente di circa l’8% e il 9,8% annuo.
- Quanto può scendere un portafoglio azionario? Un calo tra il 5% e il 10% si verifica in media una volta all’anno; una correzione tra il 10% e il 20% ogni 2,8 anni circa; un mercato orso (oltre il 20%) ogni 5-6 anni, con un calo medio del 33% e un recupero medio di circa due anni.
- Che rendimento aspettarsi nei prossimi 10 anni? Le stime delle principali case di investimento convergono su un rendimento nominale tra il 5% e il 7% annuo per l’azionario globale, pari a circa il 3-4,5% reale: sotto la media storica, ma sopra qualsiasi alternativa liquida.
Queste tre domande sono quelle che ci vengono poste più spesso da chi si avvicina per la prima volta al mondo degli investimenti, e in questo articolo proviamo a rispondere a tutte e tre con numeri e dati.
Le prime due sono domande di storia: si misurano, si verificano, si può discutere sulle convenzioni di calcolo, ma non sul fatto che una risposta esista. La terza è una domanda sul futuro: dalla storia si passa alle probabilità.
Una premessa sul metodo: perché partiamo da un portafoglio 100% azionario
Tutti i numeri che seguono si riferiscono a un portafoglio interamente azionario, globale e diversificato.
Non perché sia il portafoglio giusto (per la maggior parte delle persone non lo è) ma perché è il caso limite: tutti gli altri portafogli stanno in mezzo, fra questo e la liquidità. Partire dall’estremo rende più semplice capire dove ci si colloca; alla fine di ogni risposta spieghiamo come cambia il quadro inserendo obbligazioni nel portafoglio.
Quanto hanno reso storicamente i mercati azionari?
Risposta breve: dal 1900 a oggi l’azionario mondiale ha reso circa 5,2% all’anno in termini reali, l’azionario statunitense circa 6,6%. Sull’orizzonte più recente (indice MSCI World dal 1988) il rendimento è stato di circa il 9% nominale, pari a circa 6,1% reale. Le tre misure si collocano tutte tra il 5% e il 6,6% reale annuo.
Le cinque precisazioni necessarie per leggere un rendimento storico
Quando si parla di rendimenti storici bisogna precisare cinque cose: l’orizzonte temporale, la valuta, l’inflazione, se i dividendi sono stati reinvestiti e se i numeri sono al lordo o al netto di costi e tasse. Senza queste cinque coordinate, due percentuali apparentemente in contraddizione possono essere entrambe corrette.
I dati che seguono sono tutti:
- total return, cioè con dividendi reinvestiti;
- espressi in dollari statunitensi;
- al netto dell’inflazione americana (rendimenti reali);
- al lordo di costi e imposte.
I numeri: 1900-2025 e 1988-2026
Nel lunghissimo periodo (1900-2025) il mercato azionario mondiale ha reso circa 5,2% all’anno in termini reali. Il mercato americano ha fatto meglio: circa 6,6% reale all’anno. Sono i numeri del database Dimson-Marsh-Staunton, pubblicato ogni anno da UBS nel Global Investment Returns Yearbook.
Con un’inflazione americana media del periodo pari al 2,9% annuo, i rendimenti nominali corrispondenti sono vicini all’8% per l’azionario mondiale e al 9,8% per quello statunitense.
Su un orizzonte più recente (l’indice MSCI World dal dicembre 1987) il rendimento nominale annualizzato è stato del 9,02% (dato lordo al 31 luglio 2026). Al netto dell’inflazione americana dello stesso periodo (circa 2,75% annuo) si arriva a circa 6,1% reale.
| Misura | Periodo | Rendimento reale annuo | Rendimento nominale annuo | Fonte |
| Azionario mondiale | 1900-2025 | circa 5,2% | circa 8% | DMS / UBS Yearbook 2026 |
| Azionario USA | 1900-2025 | 6,6% | 9,8% | DMS / UBS Yearbook 2026 |
| MSCI World | dic. 1987 – lug. 2026 | circa 6,1% | 9,02% | MSCI Index Factsheet |
Le tre misure si collocano tutte tra il 5% e il 6,6% reale annuo. È un intervallo relativamente stretto, considerando che copre epoche, valute e insiemi di paesi diversi: un ottimo punto di partenza per ragionare su ciò che un mercato azionario può produrre nel tempo.
Come cambia il quadro con le obbligazioni in portafoglio
Questi numeri si riferiscono a un portafoglio interamente azionario. È un’astrazione utile, ma nella pratica quasi nessuno investe così. Storicamente, ogni 10% di obbligazioni inserito in portafoglio è costato in media circa 0,4-0,5 punti percentuali di rendimento annuo. Un classico portafoglio 60/40 (60% azionario e 40% obbligazionario) ha reso quindi circa un punto e mezzo all’anno in meno di un portafoglio interamente azionario. È il prezzo, in termini di rendimento atteso, della minore oscillazione che vedremo nella prossima sezione.
Quanto può scendere un portafoglio azionario e quanto tempo ci vuole per recuperare?
Risposta breve: le perdite peggiori della storia sono state nell’ordine del 50%, e in un caso (la crisi del 1929) superiori al 70%. Nella pratica, però, un investitore incontra soprattutto discese molto più piccole: cali tra il 5% e il 10% circa una volta l’anno, correzioni tra il 10% e il 20% ogni 2,8 anni, mercati orso oltre il 20% ogni 5-6 anni. Il recupero medio va da due mesi per un ritracciamento a circa due anni per un bear market.
Ritracciamento, correzione, bear market: le definizioni
Si possono individuare tre tipologie di discesa, diverse tra loro per entità, durata, tempo di recupero e frequenza:
- Ritracciamento (pullback): una discesa compresa tra il 5% e il 10% dai massimi.
- Correzione: una discesa compresa tra il 10% e il 20% dai massimi.
- Mercato ribassista o mercato orso (bear market): una discesa superiore al 20% dai massimi. Si distingue ulteriormente tra bear market ordinario (tra il 20% e il 40%) e bear market estremo (oltre il 40%).
I dati che seguono si riferiscono a una serie storica post-1945 relativa all’S&P 500, il principale indice del mercato americano, che qui usiamo come proxy del mercato azionario globale. La scelta del dopoguerra non è casuale: i mercati precedenti erano meno liquidi, meno regolamentati e strutturalmente diversi, e la crisi del 1929 resta un caso a sé – per profondità e per contesto economico – che non aiuta a capire cosa sia normale attendersi oggi.
Frequenza, profondità e tempi di recupero
Nella tabella riportiamo le statistiche più rilevanti: la frequenza media, il calo (drawdown) medio, la durata media della discesa da picco a valle e il tempo medio di recupero, al lordo e al netto dei dividendi (price return e total return).
| Tipo di discesa | Soglia | Frequenza media | Calo medio | Durata media (picco-valle) | Recupero medio (price / total return) |
| Ritracciamento | da -5% a -9,9% | circa 1 volta l’anno | -7% | circa 1 mese | circa 2 mesi |
| Correzione | da -10% a -19,9% | ogni 2,8 anni | da -13% a -14% | 4-5 mesi | circa 4 mesi |
| Bear market | oltre -20% | ogni 5-6 anni | -33% | circa 14 mesi | circa 25 mesi / 18-24 mesi |
| di cui ordinario | da -20% a -39,9% | più frequenti | -26% | circa 11 mesi | circa 14 mesi / 10-12 mesi |
| di cui estremo | oltre -40% | rari (circa 3 casi) | -51% | circa 23 mesi | circa 58 mesi / 40-45 mesi |
Come si vede, i ritracciamenti e le correzioni sono eventi fisiologici e relativamente brevi. Nei bear market esiste invece una differenza netta tra quelli ordinari, che si recuperano mediamente in poco più di un anno, e quelli estremi, molto più lunghi e dolorosi. L’ultimo bear market estremo è la crisi finanziaria globale del 2007-2009; l’ultimo bear market ordinario risale al 2022 (da gennaio a ottobre), innescato dall’inflazione e dal conseguente rialzo dei tassi d’interesse.
Che cosa cambia con un portafoglio 60/40
Un portafoglio 60/40 riduce storicamente la profondità dei cali di circa il 40-45% rispetto a un portafoglio interamente azionario: da una media di -33/-34% a circa -20%. Le obbligazioni agiscono da ammortizzatore nella maggior parte dei bear market, con un’unica eccezione rilevante: il 2022, quando il calo congiunto di azioni e obbligazioni – generato dalla risalita dell’inflazione – ha messo a dura prova il classico portafoglio bilanciato.
Ecco perché la scelta della quota obbligazionaria non è una questione di gusto: è il modo in cui si decide, in anticipo, quanto si è disposti a vedere scendere il proprio patrimonio e per quanto tempo.
Che rendimento possiamo aspettarci dai mercati nei prossimi 10 anni?
Risposta breve: nessuno lo sa, ma quattro metodi diversi convergono su un intervallo simile. La media storica indica circa 8-10% nominale; il consensus delle case di investimento circa 5-7% nominale; l’analisi dei fondamentali circa 5,8-6,3% nominale; le valutazioni (CAPE) indicano il valore più basso. Il decennio potrebbe quindi rendere meno del precedente, ma non esistono alternative liquide migliori.
Veniamo all’ultima delle tre domande: dalla storia passiamo alle ipotesi sul futuro. Le obbligazioni si prevedono bene, perché il rendimento a scadenza di oggi (lo YTM, yield to maturity) è un’ottima approssimazione di quello che si otterrà tenendole fino alla scadenza. Per le azioni non esiste nulla di simile. Possiamo però distinguere quattro modi di stimare i rendimenti futuri.
1. La media storica
Il primo metodo è il più semplice: si prende la media degli ultimi 125 anni – quel 9,8%-8% nominale e quel 6,6%-5,2% reale – e si ipotizza che il futuro assomigli al passato. È la posizione più umile ed è più difendibile di quanto sembri: chi la adotta non pretende di sapere nulla che il mercato non sappia già.
2. Il consensus degli asset manager
Un secondo approccio guarda alle stime (outlook) delle principali case di investimento e ne individua un intervallo, una media o una mediana. Le previsioni pubblicate per il decennio in corso collocano l’azionario statunitense a una mediana di circa 6,0% nominale annuo, con un intervallo molto ampio (dal 3,1% al 7,6% a seconda della casa), e l’azionario dei mercati sviluppati non statunitensi a una mediana di circa 7,2%. J.P. Morgan, nelle sue Long-Term Capital Market Assumptions 2026, stima 7,0% annuo in dollari per l’azionario globale e 6,4% per un portafoglio 60/40; Vanguard, al 30 giugno 2026, indica 4,2%-6,2% per l’azionario USA e 4,5%-6,5% per i mercati sviluppati ex-USA.
Il messaggio comune è che le stime attuali sono sensibilmente più basse della media storica, e che la dispersione tra le case è ampia: un dato che vale almeno quanto la mediana.
3. I fondamentali: l’approccio dei building blocks
Un terzo approccio guarda da dove viene concretamente il rendimento per gli azionisti. Viene da tre componenti che si sommano, i cosiddetti building blocks:
- Il dividend yield, cioè il rendimento da dividendi: oggi intorno all’1,5% per l’indice MSCI World.
- La crescita degli utili in termini reali: storicamente tra l’1% e il 2% annuo, un po’ più alta negli ultimi decenni.
- La variazione dei multipli di valutazione, cioè quanto il mercato è disposto a pagare per un euro (o un dollaro) di utile.
Se si ipotizza che i multipli restino stabili, si arriva a un rendimento reale intorno al 3,5-4%. Aggiungendo un’inflazione attesa di circa il 2,3% (questa è oggi la breakeven inflation a 10 anni negli Stati Uniti, pari al 2,34% ad agosto 2026) il rendimento nominale si colloca tra il 5,8% e il 6,3%, in linea con le stime della maggior parte delle case di investimento.
4. Le valutazioni: che cos’è il CAPE e cosa dice oggi
Un quarto approccio si basa sulle valutazioni, in particolare sul CAPE (cyclically adjusted price earnings), il rapporto tra il prezzo dell’indice e la media degli utili reali degli ultimi dieci anni. L’idea è semplice: se oggi il mercato paga gli utili a un prezzo molto più alto della media storica, prima o poi i multipli dovrebbero scendere, riducendo i rendimenti futuri. Ad agosto 2026 il CAPE dell’S&P 500 si colloca intorno a 41, contro una media storica di lungo periodo intorno a 17.
È l’approccio più cauto, ma anche quello che negli ultimi quindici anni ha sbagliato di più, perché il ritorno verso la media non si è ancora verificato.
Che cosa dicono, e cosa non dicono, queste stime
Queste stime, anche le più pessimistiche, non dicono che non convenga investire. Dicono che il decennio potrebbe rendere meno del precedente, ma non offrono alternative migliori: chi aspetta non ottiene il rendimento futuro delle azioni, ottiene quello della liquidità. D’altro canto, potrebbero rivelarsi sbagliate: questi stessi modelli prevedono rendimenti deludenti per l’azionario americano da oltre un decennio e, in quel decennio, i mercati hanno fatto molto meglio delle stime e gli utili delle aziende sono cresciuti a un ritmo più alto del passato.
Dai numeri al portafoglio: perché il rendimento di mercato non è il tuo rendimento
Questo è ciò che ci dicono la storia dei mercati e i principali modelli di stima dei rendimenti futuri. Il rendimento che finisce nel patrimonio di una persona è però un’altra cosa, per almeno tre motivi.
L’orizzonte temporale
Un indice non ha scadenze: non compra case, non paga università, non va in pensione. Un rendimento del 5% annuo su vent’anni è un fatto, ma se il capitale serve al dodicesimo anno conta solo ciò che è successo fino a lì.
Il rischio di sequenza
Su un capitale fermo, l’ordine dei rendimenti è indifferente. Su un capitale in cui si versa (o da cui si preleva), no: chi comincia a prelevare mentre il mercato scende consuma il capitale nel momento peggiore e può ritrovarsi con molto meno di chi ha vissuto gli stessi rendimenti in ordine diverso. È il rischio di sequenza, e non dipende dalla bravura ma dalla coincidenza fra le proprie scadenze e i cicli di mercato.
Per approfondire il modo corretto di misurare il rendimento effettivo di un portafoglio, rimandiamo agli articoli “Come valutare la performance di un portafoglio” e “IRR (TIR): come capire davvero quanto ha reso un investimento“.
Il valore di una gestione professionale
Un portafoglio reale non è un indice: è una combinazione calibrata su un orizzonte, su una capacità di sopportare le discese e su scadenze che non sono uguali per nessuno. Costruirla e mantenerla coerente nel tempo è un lavoro di margini, fatto di molte piccole decisioni. Su questo si innesta la gestione dinamica di portafoglio: nel nostro approccio il portafoglio viene aggiornato al mutare delle condizioni di mercato e della situazione dell’investitore, migliorando l’efficienza in termini di costi e di fiscalità, miriamo a trasferire più valore possibile al cliente finale.
Orizzonte, scadenze, capacità di attesa: sono le tre cose che i numeri di questo articolo non possono contenere, ed è da lì che comincia il lavoro di consulenza vero e proprio.
Se vuoi capire come far incontrare i rendimenti del mercato con i tuoi obiettivi personali, contattaci per un primo colloquio conoscitivo.
