Negli ultimi diciassette mesi, chiunque abbia seguito l’informazione finanziaria ha vissuto un’esperienza paradossale: notizie sempre più drammatiche, mercati sempre più alti.

Guerre, dazi, tensioni diplomatiche, crisi energetiche. Il flusso mediatico ha alimentato un senso di pericolo crescente e diffuso. Eppure, l’azionario globale, rappresentanti in questa analisi dall’indice MSCI World ha chiuso il periodo in territorio positivo, toccando nuovi massimi storici.

Questo non è un’anomalia. È un meccanismo strutturale che si ripete da decenni, e che è possibile misurare con precisione.

Quando rischio percepito e rischio reale divergono negli investimenti

Il GPR Index (Geopolitical Risk Index, sviluppato dagli economisti italiani Caldara e Iacoviello, della Federal Reserve) misura il rischio geopolitico globale attraverso l’analisi algoritmica di migliaia di articoli giornalistici internazionali. Non misura ciò che accade nei mercati. Misura ciò che viene percepito come pericoloso dall’opinione pubblica e dai media.

Confrontando questo indice con l’andamento dell’MSCI World dal 2000 al 2026, emerge un dato che ridefinisce il modo in cui un investitore dovrebbe interpretare le notizie.

La linea arancione, ossia il rischio percepito, è volatile, reattiva, punteggiata di picchi. L’11 settembre 2001, la guerra in Iraq, il crollo Lehman, la crisi della Crimea, il COVID-19, l’invasione dell’Ucraina, i dazi Trump, le tensioni nel Medio Oriente. Ogni crisi ha generato un’impennata del GPR, un’ondata di articoli, una narrativa di catastrofe imminente.

La linea blu, l’azionario globale, racconta una storia diversa. Non lineare, non priva di correzioni, ma strutturalmente orientata verso l’alto. In ventisei anni, attraverso quattro Bear Market profondi e decine di crisi geopolitiche, il benchmark delle economie sviluppate ha moltiplicato il capitale di un investitore disciplinato di oltre tre volte in termini reali.

La divergenza non è casuale. È il prodotto di due meccanismi distinti che i mercati finanziari hanno incorporato nel proprio funzionamento.

Perché i mercati anticipano le notizie, non le seguono

Il primo meccanismo è la price discovery anticipatoria. I mercati finanziari non reagiscono alle notizie nel momento in cui vengono pubblicate: le incorporano in anticipo, attraverso le aspettative degli operatori istituzionali, dei desk di trading e dei modelli quantitativi che elaborano dati in tempo reale. Quando una crisi diventa abbastanza visibile da occupare i titoli di apertura dei telegiornali, il mercato ha già prezzato buona parte del rischio associato.

Chi vende leggendo la notizia, nella maggior parte dei casi, vende dopo che il mercato ha già scontato lo shock.

Il secondo meccanismo è ancora più sottile: il rischio geopolitico e il rischio finanziario non sono la stessa cosa. Una guerra che domina le prime pagine può colpire aree geografiche marginali per i mercati sviluppati, o riguardare settori con peso limitato nell’indice. Il GPR misura l’intensità del linguaggio giornalistico, non la rilevanza sistemica degli eventi per i flussi di capitale globali.

I due indici comunicano linguaggi diversi. Confonderli è uno degli errori più costosi che un investitore possa commettere.

La mappa dell’evoluzione del rischio geopolitico globale

Rischio geopolitico globale, 2000–2026.
La scala a destra indica il valore dell’indicatore: più il valore è alto, maggiore è il rischio geopolitico stimato. I colori più chiari o freddi segnalano livelli contenuti, mentre l’arancione evidenzia le aree con rischio più elevato.

Guardando la distribuzione geografica del rischio geopolitico ad aprile 2026, il quadro appare inequivocabile: Stati Uniti, Russia e diverse aree dell’Asia registrano i valori più elevati del GPR. L’Europa continentale, il Sudamerica, l’Africa subsahariana mostrano livelli significativamente inferiori.

Eppure, nonostante questa concentrazione del rischio percepito nelle economie che pesano di più sull’MSCI World, i mercati sviluppati hanno continuato a performare. La ragione è che gli investitori istituzionali costruiscono i portafogli sulla base degli utili aziendali, dei tassi reali, dei flussi di cassa attualizzati e delle aspettative di crescita nominale.

Il rumore geopolitico disturba. Non determina.

Cosa fare con il portafoglio durante una crisi geopolitica

La risposta più intuitiva di fronte a un contesto di rischio elevato è ridurre l’esposizione, attendere la schiarita, cercare la conferma che i mercati si siano stabilizzati prima di rientrare. È una risposta comprensibile sul piano emotivo. È distruttiva sul piano finanziario.

Come abbiamo documentato nell’analisi sul market timing e la vendita da panico, il rendimento azionario di lungo periodo non è distribuito uniformemente nel tempo. Si concentra in un numero limitatissimo di sedute, spesso collocate proprio nelle fasi di massima tensione, quando il sentiment è ai minimi e la pressione alla vendita è più intensa.

Chi esce durante le crisi geopolitiche non solo concretizza una perdita: si preclude statisticamente la presenza nelle giornate in cui il mercato costruisce la maggior parte del suo valore.

Il dato che emerge dall’analisi del GPR rispetto all’MSCI World dal 2000 a oggi non autorizza l’indifferenza ai rischi. Autorizza qualcosa di più preciso: la distinzione tra il rischio percepito dai media e il rischio rilevante per il portafoglio. Sono misure diverse, costruite su logiche diverse, e gestirle come se fossero equivalenti produce decisioni sistematicamente sbagliate.

Restare investiti non significa ignorare il contesto. Significa disporre di un metodo che permetta di distinguere tra uno scenario che giustifica una modifica strutturale del portafoglio e una fase di volatilità da attraversare senza alterare la rotta.

Per approfondire come questa distinzione si traduce concretamente nella costruzione di un portafoglio diversificato, puoi leggere come costruire un portafoglio azionario.

Questo articolo è stato scritto in collaborazione con Simona Manolache dell’università LIUC.

RENATO VIERO, CFA

Fondatore e Direttore Investimenti

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