Mentre SpaceX si prepara alla più grande IPO della storia, i mercati americani mostrano due segnali che di solito non si presentano insieme: indici azionari sui massimi e rendimenti dei titoli di Stato tornati, sulle scadenze lunghe, ai livelli più alti da quasi vent’anni.
Nella Market View di giugno proviamo a capire perché accade e cosa significa per chi investe.
Dall’energia all’inflazione
All’origine c’è l’energia. Le tensioni intorno allo stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del greggio mondiale, hanno spinto il prezzo del petrolio a 120 dollari per poi riportarlo verso i 90 dollari sulle notizie di una possibile tregua.
Al di là delle fluttuazioni di prezzo in base alle notizie, è importante notare che quando l’energia resta cara così a lungo, smette di essere soltanto un tema geopolitico e diventa un tema macroeconomico.
Il risultato si è visto sui prezzi al consumo: l’inflazione negli Stati Uniti è risalita intorno al 3,8%, accompagnata da una salita anche dei prezzi alla produzione. È il segnale che lo shock energetico si sta trasmettendo all’intera struttura dei costi.
Perché i rendimenti obbligazionari contano
Questa pressione sui prezzi ha spinto al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato: il decennale americano si è avvicinato al 4,5% e il trentennale alla soglia del 5%, un livello che sulle scadenze più lunghe non si vedeva da quasi vent’anni. Lo stesso movimento ha raggiunto Regno Unito, Giappone, Germania e Italia.
Sul tratto lungo della curva il mercato obbligazionario funziona un po’ come un giudice. Quando chi compra titoli di Stato teme che le banche centrali stiano sottovalutando l’inflazione, chiede rendimenti più alti per impegnarsi su scadenze lontane. Fino a poche settimane fa il mercato si attendeva un taglio dei tassi; oggi quelle attese si sono azzerate, e qualche operatore inizia perfino a considerare un possibile rialzo entro fine anno.
Gli indici ai massimi e la concentrazione su tecnologia e intelligenza artificiale
Qui nasce l’apparente contraddizione: tassi in salita e inflazione che si fa sentire, eppure indici azionari sui massimi.
La spinta arriva soprattutto dagli Stati Uniti, dove tecnologia e servizi di comunicazione valgono ormai circa il 43% dell’indice, un livello mai raggiunto prima. Il solo peso dei produttori di chip è passato dal 2% di dieci anni fa al 18% di oggi, più del doppio rispetto al picco della stagione dot-com di inizio millennio.
A un primo sguardo ricorda proprio quella bolla. Guardando sotto la superficie, però, i numeri di oggi appaiono sostenuti da utili reali: i semiconduttori e l’intera filiera dell’intelligenza artificiale stanno registrando una delle crescite degli utili più rapide della storia.
La differenza con il 2000 è sostanziale: allora si pagavano aspettative, oggi si osservano numeri concreti. Anche per questo restiamo costruttivi. È un mercato rialzista sostenuto dalla crescita degli utili più che dall’espansione dei multipli, con una partecipazione ampia che coinvolge anche gli indici equal weighted (in cui ogni società conta allo stesso modo) e le società a piccola e media capitalizzazione.
Restano due elementi da osservare. Alcuni indici legati all’economia più tradizionale non hanno ancora aggiornato i propri massimi, e un eventuale spostamento del mercato verso i titoli difensivi andrebbe letto insieme agli indicatori di clima e di posizionamento. Di per sé resta un dettaglio da monitorare, da interpretare come possibile segnale di ritracciamento da gestire sul piano tattico, senza che cambi la lettura costruttiva di lungo periodo.
SpaceX e la febbre delle IPO: cosa dicono i dati storici
E arriviamo al tema di cui tutti parlano. Tre tra le più grandi IPO della storia stanno arrivando sul mercato: SpaceX, che ha già depositato i documenti per la quotazione e arriva in borsa in questi giorni, mentre OpenAI e Anthropic sono attese più avanti nel 2026.
Per molti investitori possedere una di queste società equivale a possedere un pezzo di futuro. Ma la storia delle grandi quotazioni invita alla prudenza.
Guardando a decenni di dati, l‘azienda che si quota ha reso in media meno del mercato nei tre anni successivi al debutto, e circa sei IPO su dieci hanno restituito agli azionisti un rendimento pari a zero o negativo nello stesso periodo.
Tra le quotazioni più imponenti degli ultimi vent’anni, quasi tutte trattavano sotto il prezzo del primo giorno a dodici mesi di distanza. Persino Facebook, oggi Meta, nei mesi successivi all’IPO del 2012 perse oltre la metà del proprio valore prima di diventare uno dei più grandi successi del decennio.
Una grande azienda e un buon investimento al momento dell’IPO non sono la stessa cosa.
Quando una società così grande arriva finalmente sul mercato, di solito non ha più bisogno di finanziarsi: la fase di crescita più rapida è spesso già alle spalle, e il prezzo di collocamento incorpora già molto entusiasmo. Spesso quel debutto serve più a dare liquidità a chi era entrato anni prima (fondi di venture capital, primi investitori, etc.) che a creare valore per chi compra il primo giorno.
C’è infine un elemento di tempismo. Queste ondate di grandi quotazioni tendono ad arrivare nelle fasi mature di un ciclo, quando l’entusiasmo per un tema è al culmine, non in quelle iniziali.
Distinguere la qualità di un’azienda dal prezzo a cui ci viene offerta resta una delle competenze più utili per un investitore: una grande società può essere, nello stesso momento, un’impresa straordinaria e un pessimo investimento al prezzo sbagliato.
Tre punti da portare a casa
- Primo, il trend di fondo resta intatto: questo è un mercato sostenuto dalla crescita degli utili più che dall’euforia, con una buona rotazione tra stili e settori.
- Secondo, per fare vera diversificazione non basta più guardare ai grandi indici, soprattutto a quelli costruiti sulla capitalizzazione, ma occorre osservare quali stili e quali settori si muovono sotto la superficie.
- Terzo, una nuova quotazione va valutata non soltanto come investimento a sé, ma soprattutto per come si inserisce nel portafoglio esistente, in funzione degli obiettivi di chi investe.
L’analisi completa, con il dettaglio dei grafici e dei passaggi, è nella Market View di giugno:
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Ogni portafoglio è diverso, e la diversificazione va costruita sugli obiettivi specifici di chi investe.
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