Continua la nostra collaborazione con Il Sole 24 Ore in questa fase di mercato molto particolare. In questo contesto sono numerosi gli approfondimenti dedicati agli investimenti dal titolo “Risparmi sotto assedio”. Una lettrice scrive al giornale per avere una risposta, la domanda della lettrice è di fondamentale importanza, è ci è stata posta spesso.

Di seguito la nostra risposta e l’articolo pubblicato sabato 12 marzo. Cliccare sull’immagine dell’articolo per ingrandirla.

La domanda della lettrice

Leggo un vostro articolo che mostra la velocità di recupero dei mercati analizzando la storia di eventi bellici passati ed è la stessa cosa che mi ha detto il mio consulente, come del resto mi aveva mostrato a marzo 2020 i grafici relativi alla velocità di recupero dei mercati dopo le varie pandemie. La mia riflessione é la seguente: in tanti anni che seguo i consigli del consulente riscontro che i miei risparmi non crescono (a differenza dell’inflazione), è vero che nei momenti in cui c’è tempesta si consiglia sempre di non muoversi ma quando le cose vanno bene non arriva mai il consiglio di liquidare e consolidare anzi di solito si incrementa. Il mio consulente consiglierebbe di aumentare gradualmente l’azionario dall’attuale 35% ad un 45% dicendo che è in linea con il mio profilo.
Cosa ne pensate?

La domanda della lettrice è legittima ed interessante. Per rispondere nella maniera più chiara possibile è utile scorporare la domanda in due segmenti.

Il primo quesito è relativo al fatto che i risparmi non crescano quando le cose vanno bene; la risposta è probabilmente da ricercarsi in un caricamento commissionale eccessivo (se si investe in fondi e non in ETF) e, in secondo luogo, da un portafoglio poco performante (fondi che non fanno bene come il mercato) o “sbagliato” dal punto di vista dell’asset allocation. Si parla di un attuale 35% di azionario, se la restante parte è costituita da obbligazionario, va considerato che in tempi recenti l’obbligazionario ha smesso di funzionare, così come il classico portafoglio 60/40 (tanto amato dalle reti).

Il secondo quesito è relativo alla mancanza di consigli di vendita sull’azionario o comunque di una scarsa rotazione degli asset. La maggior parte delle reti bancarie e assicurative utilizza un approccio statico alla gestione: investono il patrimonio del cliente e non ci pensano più, a meno che non sia il cliente stesso a sollecitarli. Per aggiungere al danno la beffa, quando le cose vanno male e il cliente chiede lumi suggeriscono di “incrementare”, come se il cliente avesse a disposizione fondi illimitati. Questo avviene perché la gestione dinamica è impegnativa e difficile, bisogna capire come si muovono i mercati e posizionarsi di conseguenza e non è alla portata di tutti. L’altra ragione per cui la maggior parte degli intermediari non modificano il portafoglio è da ricercarsi nella loro rimuneratività. Se consigliano al cliente di disinvestire o di spostarsi verso asset meno rischiosi perdono rimuneratività, dato che i fondi hanno delle commissioni di gestione pagate dal cliente che spesso aumentano con l’aumentare del livello di rischio.

Queste sono le ragioni che hanno portato alla nascita e allo sviluppo della consulenza finanziaria indipendente (fee-only) molto diffusa nei paesi anglosassoni ma ancora agli albori nel nostro.

Fonte: Il Sole 24 Ore

RENATO VIERO, CFA

Fondatore e Direttore Investimenti

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