Il 2 marzo è scoppiata la guerra in Iran. Quello che stiamo osservando in queste prime settimane è diametralmente opposto rispetto all’andamento di gennaio e febbraio, e capire perché è fondamentale per non prendere decisioni guidate dall’emotività.

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Il contesto macro: energia, inflazione e rotazione

Partiamo dal dato più immediato. Il WTI, il benchmark sul petrolio greggio, ha superato i 100 dollari al barile con livelli di volatilità che non si vedevano dai tempi del Covid. Il VIX è passato da circa 17-18 di fine febbraio a 29 nel giro di pochi giorni: uno degli incrementi più rapidi degli ultimi anni.

Quando la volatilità si muove così velocemente, il mercato sta prezzando incertezza estrema, e la storia insegna che questi momenti, pur dolorosi nell’immediato, tendono a creare le condizioni per performance positive nei 12-36 mesi successivi, in oltre l’80% dei casi storici.

1) Energia e inflazione: il tema che le banche centrali temono di più.

Il primo punto da monitorare è il ritorno dello spettro inflattivo. Un petrolio strutturalmente sopra i 100 dollari, e il natural gas, che pesa in modo particolare per l’Unione Europea, riporta in primo piano un tema che sembrava in via di risoluzione: l’inflazione.

Il rischio concreto è che le banche centrali si trovino costrette ad alzare i tassi anche in presenza di un deterioramento dei dati macro. È lo scenario più difficile da gestire: stagflazione, ovvero inflazione alta con crescita in rallentamento.

Attenzione quindi all’evoluzione dei prezzi energetici nelle prossime settimane: da lì dipenderà in larga misura la traiettoria dei tassi di medio periodo.

2) La grande rotazione: cosa si vende, cosa si compra

Il secondo punto riguarda quello che sta succedendo dentro i mercati azionari. Stiamo assistendo a una rotazione molto netta: si è venduto tutto ciò che ha performato bene negli ultimi mesi, mercati internazionali, Europa, emergenti, e si è comprato ciò che era rimasto indietro, in particolare il mondo growth e il software.

Questa è una dinamica tipica dei sell-off estremi: i fund manager fanno de-risking e prendono profitto su ciò che hanno in guadagno, indipendentemente dalla qualità del sottostante. Non è un segnale di inversione strutturale, ma va letto correttamente per non interpretare male il movimento.

Sul fronte azionario sviluppato, è importante notare che per il momento gli indici principali non hanno ancora toccato le medie mobili a 200 giorni. Un drawdown nell’ordine del 5-8% rientra nella normalità del ciclo ed era stato anticipato già nella Market View del mese scorso, contestualmente alla stagionalità debole di febbraio-aprile e al ciclo politico legato alle midterm di Trump.

3) Dollaro e oro: le riserve di valore confermano il loro ruolo

Il terzo punto riguarda le valute e l’oro. Da quando è scoppiata la guerra, il dollaro si è rafforzato in modo significativo: l’EUR/USD è passato da circa 1,19 a 1,056. Questo smentisce, almeno per ora, la narrativa sulla de-dollarizzazione che aveva dominato il dibattito negli ultimi mesi.

Il messaggio è semplice: quando l’instabilità aumenta, il numero di asset class che fungono da vera riserva di valore si restringe. Il dollaro è uno di questi. L’oro è l’altro , e ha tenuto bene, nonostante una fisiologica presa di profitto nelle fasi di sell-off più acuto.

Per gli investitori europei, il rafforzamento del dollaro ha rappresentato in questa fase un parziale ammortizzatore sulle posizioni in valuta estera.

Sintesi operativa: il messaggio chiave per marzo 2026

I mercati continuano a dimostrare una velocità di esecuzione e una volatilità estrema che caratterizza il ciclo post-2019. Non è un ambiente per decisioni emotive.

La nota più positiva del momento è forse quella meno attesa: i tassi che salgono stanno creando opportunità concrete sul fixed income. Il BTP decennale in area 3,8% e il Treasury USA a 4,15-4,20% sono livelli storicamente interessanti per costruire o ristrutturare la componente obbligazionaria di medio-lungo periodo, spostandosi gradualmente su scadenze più lunghe e, per chi ha già esposizione inflation-linked, beneficiando di un eventuale picco inflattivo.

In pratica, nel nostro processo questo significa: disciplina di rischio, lettura quantitativa dei segnali e aggiustamenti graduali ma tempestivi.

Se preferisci ascoltare la Market View puoi trovare il podcast qui:

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RENATO VIERO, CFA

Fondatore e Direttore Investimenti

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